Lo so dove sono finito. Scuola media Leonardo Da Vinci. Riconosco ancora tutti i miei compagni. Mi avvicino al mio io dodicenne, tutto intento a disegnare tele di ragno negli spazi bianchi del libro. Accanto a me c’è Francesco. Sulla mia mano sinistra ci sono ancora i segni del righello con cui mi colpisce. È un gioco sottile e crudele, il suo. Aspetta le ore di lezione di italiano, dove regna il silenzio più assoluto, quello provocato dal terrore della professoressa Borea, la donna con la nota più facile di tutta la Pianura Padana. Lui mi colpisce la mano con il righello, quello da venti centimetri, di taglio, perché fa meno rumore e più male. Io mi lamento per il dolore e la professoressa mi mette il primo richiamo. Alla spiegazione sul perché del mio lamento, lei ribatte aggiungendomi un richiamo e mettendo il primo a Francesco. Un enorme vantaggio per un maestro del fastidio come lui e riuscirà a farmi avere il terzo, fatale, richiamo nel giro di pochi minuti.

Ora li ho tutti intorno, come allora. Uniti dalla noia per la lezione di musica. In fondo vedo la professoressa Zaccaria. Gesù, quanto è vecchia. A giudicare dalla luce fuori dev’essere primavera inoltrata, eppure la vecchiarda ha ancora la stufetta elettrica supplementare accesa a tutta manetta vicino alle gambe. La guardo, e tra le pieghe della sua faccia riesco pure a scorgerci degli occhi. Le labbra no, quelle sono state completamente inglobate dalle rughe. Ora ci invita con la solita allegria a prendere i nostri flauti e farle sentire come suoniamo. Quanto ci faceva divertire questa frase? Prendete i flauti e fatemi sentire come suonate. Era un rigore a porta vuota per degli adolescenti che ridevano a ogni cosa avesse anche un lontanissimo doppio senso sessuale.
Eccomi pronto a suonare. Ricordo di averci messo parecchio tempo per imparare a fingere di suonare. Forse ci avrei messo meno se avessi voluto imparare a farlo veramente. C’è da dire che come suonavo io in playback non ce ne sono tanti. Il mio era vero talento, più una bella spolverata di faccia tosta, che mi permetteva di eseguire anche i pezzi più facili, quali l’indimenticata melodia del Mulino Bianco, con una passione e un trasporto che neanche il più navigato dei musicisti potrebbe avere. E il movimento delle dita era poi il mio fiore all’occhiello. Per fingere di emettere quattro note riuscivo a gesticolare come neanche Miles Davis faceva con la sua tromba. Alla fine riesco pure ad avere un espressione stanca e soddisfatta. Bravo piccolo Simone, se solo potessi, ti accarezzerei i capelli. Mentre con l’altra mano colpirei Francesco.